Petacciato non ha semplicemente “bocciato un forno crematorio”

Petacciato, in questi giorni, non ha semplicemente “bocciato un forno crematorio”.
Ha messo in scena – in piccolo, ma in modo quasi didascalico – uno dei cortocircuiti italiani più tipici: quando un bisogno reale, concreto e inevitabile incontra una paura collettiva mal governata, e la politica sceglie la via più rapida: spegnere l’interruttore e scappare dal rumore.

Lo dico subito, senza girarci troppo intorno: qui non si sta discutendo se un crematorio “piaccia” o meno (e se la vostra soglia di attenzione non supera i 30 secondi, passate oltre).
Si sta discutendo se una comunità può permettersi di affrontare il futuro con strumenti propositivi e ragionati, oppure se deve restare inchiodata al passato perché è più rassicurante.

E Petacciato, oggi, è diventato un precedente: il manuale involontario su come non si gestisce un’opera sensibile.


Gli Atti

Gli atti pubblici raccontano una cronologia limpida, ma in cui la cittadinanza non si è sentita davvero coinvolta.

Una società presenta una proposta di project financing, completa di documentazione tecnica, economica e progettuale.
Roba che non nasce in una settimana: sono mesi, spesso anni, di lavoro, relazioni, verifiche, asseverazioni, studi, ipotesi.

E – inevitabilmente – volontà politiche e amministrative.

Il Comune, a novembre, approva una delibera che dichiara “in via generale” l’interesse pubblico.
Non significa “si costruisce domani mattina”, significa: si considera l’idea degna di andare avanti.

Poi l’idea esce dagli uffici e arriva nelle piazze, si organizza una riunione pubblica, una protesta, una reazione collettiva.
E nel giro di pochi giorni, la Giunta comunale revoca tutto. Si torna indietro. Si chiude. Fine.

È difficile non vedere la sproporzione:
da una parte un impianto amministrativo-tecnico complesso,
dall’altra una decisione improvvisa e politicamente “difensiva”, come se l’amministrazione avesse scoperto all’improvviso che la cittadinanza avrebbe potuto reagire.

E qui emerge il primo punto tagliente: non è che la gente “ha avuto paura”.
È normale, umano e ampiamente prevedibile.

Il problema è che chi governa non ha costruito gli anticorpi – o le alternative – prima.


La mappa che nessuno vuole guardare: Nord pieno, Sud vuoto

Mi sono preso la briga di realizzare una mappa che evidenzia l’ovvietà. Un Italia è spaccata in due:


al Nord i crematori sono diffusi, normalizzati, inseriti nel tessuto dei servizi;
al Sud sono rari, contestati, spesso bloccati sul nascere.

La mappa li mostra come fossero due Paesi diversi: uno che ha accettato l’evoluzione, l’altro che la rifiuta con istinto di difesa.

E Petacciato è proprio qui: un punto in mezzo a questa frattura.

Un Comune che, con una delibera, poteva contribuire a colmare un vuoto infrastrutturale.
E che invece, con una revoca, ha fatto l’operazione più italiana possibile: rimandare tutto a “una futura amministrazione”, ad “altre valutazioni”, ad “altre scelte”.

Traduzione: non paghiamo il prezzo politico, ci pensi qualcun altro.

È la politica del rinvio.
Quella che non risolve: sposta il problema più avanti, finché non esplode di nuovo, magari in un altro Comune, con le stesse dinamiche.


La cremazione non è un capriccio: è la risposta a un limite fisico

Qui bisogna dirlo chiaramente, perché è il cuore del discorso e nessuno ha il coraggio di renderlo “popolare”: i cimiteri tradizionali hanno un problema strutturale: lo spazio finisce.

I campi d’inumazione non sono elastici, non si allungano per magia.

Espandere un cimitero significa consumare suolo, aprire conflitti con i residenti, affrontare vincoli urbanistici, spendere risorse pubbliche.

E mentre tutto questo diventa più complicato, la società cambia: cambiano le abitudini, cambiano i riti, cambia la domanda.
La cremazione cresce, non per moda, ma per necessità pratica, economica e logistica.

Questa è la parte che spesso manca nel dibattito pubblico: la cremazione non è “una scelta industriale”.
È un passaggio fisiologico nell’evoluzione dei servizi cimiteriali.

Non è “una deviazione”. È la continuità della gestione dei bisogni di una comunità.


Il nodo italiano che blocca tutto: devi farlo dentro al cimitero

E qui arriva il secondo grande limite, tecnico e normativo, che chi protesta spesso ignora e che chi amministra spesso non spiega.

In Italia i crematori, di fatto, non si piazzano liberamente dove vuoi.
Non è “zona industriale, lontano dalle case, fatto dal privato”. No.

La regola è che stanno nel perimetro cimiteriale comunale.
Quindi non è mai un’opera “neutra”: è sempre un’opera percepita come “pubblica”, “del Comune”, “nel nostro cimitero”.

E se devi costruirla lì, con investimenti importanti, spesso l’unico modo realistico è la finanza di progetto: il privato investe e gestisce, su area pubblica, con un equilibrio economico regolato.

Quindi Petacciato non era un’eccezione: era il caso normale.
Solo che in Italia il caso normale viene trattato come fosse un trauma.


Il grande fraintendimento: “inceneritore”, “metalli pesanti”, “turismo”

Qui bisogna essere onesti, senza insultare nessuno. Ma senza nemmeno fingere che tutte le opinioni abbiano lo stesso peso.

Un crematorio moderno non è un termovalorizzatore. Non è un impianto che brucia tonnellate di rifiuti.

È un impianto che lavora su volumi infinitamente inferiori, con sistemi di controllo e abbattimento, con autorizzazioni ambientali, con verifiche.

Eppure, appena entra nel discorso pubblico, scatta la semplificazione: “inceneritore”, “diossine”, “metalli pesanti”, “moriremo tutti”.

Si agita perfino la questione delle otturazioni dentali che evaporano nell’aria a seguito della combustione come se fossero funghi atomici.
È un’argomentazione emotiva. Fa presa perché è facile. È una parola d’impatto.

Ma è anche uno schermo: serve a non guardare ciò che davvero inquina, che spesso sta già sul territorio, magari a poche centinaia di metri, magari tollerato da anni, magari “perché porta lavoro”.

E poi arriva la frase magica, quella che a Petacciato diventa la motivazione finale: la vocazione turistica.

Peccato che, per come viene usata, sia spesso il paravento perfetto: suona bene e non richiede numeri.
Ma se vuoi essere serio, devi dimostrare che l’opera produce davvero quel danno. Devi misurarlo. Devi compararlo. Devi ragionare su alternative.

Altrimenti resta quello che è: una giustificazione comoda per una ritirata politica.


La vera colpa non è del popolo: è del metodo

La parte più importante, in questa storia, non è accusare chi protesta: le comunità hanno sensibilità. Hanno paure. Hanno memoria.

E spesso hanno anche una forma di intuizione: “ci state imponendo qualcosa”. La colpa sta nel metodo con cui le istituzioni affrontano questi temi.

Perché quando tu fai un atto, e solo dopo “spieghi”, la gente sente di essere stata esclusa.
Quando la gente sente di essere stata esclusa, non ascolta più la tecnica.
Quando non ascolta più la tecnica, decide con l’istinto.
E quando decide con l’istinto, l’amministrazione si spaventa e si ritira.

È un circolo vizioso.

La politica dovrebbe fare l’opposto: anticipare la reazione. Governarla.
Non subirla.

Su opere come queste, il percorso corretto è sempre lo stesso: spiegare prima, mostrare esempi reali, far vedere impianti funzionanti, mettere dati sul tavolo, prevedere controlli trasparenti, creare un patto tra istituzioni e cittadini.

E per quanto mi riguarda – laddove possibile – evitare che il Project Financing diventi l’unica via disponibile.


Il comunicato del Sindaco: coinvolgente, sì… ma difensivo

“Non mi sottraggo, ci metto la faccia, ho ascoltato”. “C’è chi strumentalizza”.

E quando la politica butta lì l’idea della strumentalizzazione, trasforma una questione amministrativa in una questione identitaria: buoni contro cattivi, popolo contro palazzo, e viceversa.

In quel momento, resta solo la tifoseria.


Il risultato finale: un’opportunità congelata e un problema lasciato intero

La revoca ha un effetto immediato: ferma tutto.
Il problema non scompare, il cimitero non si allarga da solo, la domanda di cremazione non diminuisce perché una delibera viene revocata, la pressione sul sistema funerario resta.

E l’impresa che ha lavorato, investito, atteso mesi, resta con un dossier in mano e una porta chiusa per una decisione che nasce, sostanzialmente, da una riunione popolare.

Ecco perché questa vicenda è un precedente: dimostra che in Italia puoi costruire un percorso tecnico-amministrativo, ma se non costruisci prima il consenso informato, tutto può essere azzerato in una notte.

Perché l’ignoranza tecnica non è una colpa del popolo.
È una responsabilità di chi governa.

Se non lo fai, succede quello che è successo qui: un’opera viene fermata, ma il bisogno resta.
E la prossima amministrazione erediterà lo stesso problema, solo più grande, solo più urgente, solo più esplosivo.

E a quel punto, non basterà più un comunicato.


Nota personale: non ho preso parte al progetto e, per quanto mi riguarda, post-mortem potete tranquillamente conferirmi nell’umido.

/M